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 CHI SIAMO ?   

Centoottanta soci, una ventina di persone impegnate fra l’Italia e il Ghana, dieci volontari in missione. E migliaia di faccette nere che sorridono fra il verde della foresta equatoriale. E’ il villaggio di Besoro, antica terra degli Ashanti, Ghana, nel cuore dell’Africa nera. Qui governa nanà Rosina Mawusi, una signora di cinquant’anni dal volto sereno e di grande dignità. Rosina è una donna un po’ particolare. Perché è sì la regina del villaggio della giungla ma è anche qualcosa di diverso: in Italia fa le pulizie. Proprio così: è una regina-colf.

 O meglio, noi l’avevamo conosciuta così quattro anni fa. Le cose, infatti, poi sono cambiate. Da allora, da quando cioè la sua storia è diventata oggetto d’interesse per stampa e tivù, contro la sua volontà, chiese ai suoi amici italiani se potevano aiutarla in pochi, semplici progetti: una scuola nuova e un piccolo ambulatorio, che Besoro non aveva. Quattro anni fa iniziò dunque la prima missione e il primo innamoramento per questo popolo straordinario che vive totalmente immerso nella natura: migliaia di bambini sorridenti, adulti con occhi e ingenuità e semplicità da bambino, donne capaci di fatiche enormi con ceste da cinquanta chili sulla testa, un figlio sulle spalle e il sorriso sulle labbra. Caccia, frutta, legno, foresta. Un popolo quasi primitivo. Non c’era corrente elettrica, non c’era acqua potabile, non c’era un dottore. Rosina fondò dunque nel 2005 con quel gruppo di amici italiani (Giorgio l’economo, Franco il fiorista, Berta la moglie e Andrea il giornalista) l’associazione <I bambini di Besoro-Ashanti> che si dette quei due piccoli traguardi: scuola e ambulatorio. Ebbene, da allora il gruppetto è diventato un gruppone, i progetti hanno spiccato letteralmente il volo e l’entusiasmo ha coinvolto tutti, anche la popolazione locale. Negli anni successivi per la foresta di Besoro sono partiti anche Roberta la geometra, che con Gianluca (ingegnere), di Milano, si sono prodigati anche in Italia; fu la volta anche di Elisabetta, ex infermiera di Rovereto, e di Patrizia (dirigente aziendale); nel 2008 sono arrivate anche Alessandra, infermiera in attività all’ospedale di Vicenza, e Michela, dottoressa di Genova. Fra un viaggio e l’altro sono state organizzate in Italia varie attività per raccogliere fondi finalizzati alla costruzione della scuola e dell’ambulatorio. Vengono fatte cene, lotterie, mostre, appuntamenti vari. Nel 2006 è stato realizzato l’ambulatorio con un dottore a presidiare, Daniel, un ghanese dell’Alto Volta che si è trasferito a Besoro, grande uomo con una grande passione; nel 2007 la grande soddisfazione di consegnare la scuola chiavi in mano al governo del Ghana. Besoro ha dunque un nuovo, semplice e dignitoso istituto dove sono entrati circa 400 bambini. Nel frattempo il Consiglio degli anziani del villaggio, cioè l’organo che assume le decisioni più importanti, aveva imposto a Rosina un ultimatum: o rientrava a Besoro o perdeva il titolo. Un tempo troppo limitato quel mese all’anno che trascorreva in Ghana fra la sua gente, dove lei è un po’ tutto: un po’ sindaco, un po’ giudice, un po’ il simbolo del villaggio nel più grande distretto di Kumawu. La sua gente aveva bisogno di lei e lei della sua gente. E così l’associazione si è data un altro traguardo: far rientrare Rosina al villaggio. E’ andata bene: lei ora inverte i periodi, trascorrendo la maggior parte dell’anno a Besoro e tornando in Italia, dove ha tre figli, per un paio di mesi.

Vista la situazione sanitaria, Daniel ci disse che mancavano alcune cose fondamentali: una piccola maternità per far nascere i molti bimbi, il 45% della popolazione ha meno di 15 anni e ogni donna ha mediamente quattro figli a 30 anni di età; e, soprattutto, l’acqua potabile. <Water is life>, disse e lo ripeté con insistenza. Arrivò, dunque il quarto obiettivo: l’impianto di potabilizzazione dell’acqua.

Nel frattempo gli iscritti all’associazione sono aumentati in modo esponenziale: dall’Italia aiutano in molti. Ricordiamo Leda, il tesoriere; Annamaria e Adriano, che registrano i soci e aiutano a preparare il container annuale; Michela, impegnata nella raccolta e nell’organizzazione della mostra annuale di Cogollo del Cengio; sua sorella Alberta che con il marito Calogero hanno dato un grosso impulso alla raccolta di fondi; Berto, sempre presente; Sereno, vulcanico presidente della pro-loco di Cogollo; Sergio, il nostro webmaster.   

E molti altri che in vari modi hanno voluto partecipare alle attività del gruppo.

Ora, l’entusiasmo è grande anche se i problemi non mancano. Ma è davvero stupefacente il legame che si è creato fra la popolazione del posto e noi. Un forte gemellaggio, una caldissima accoglienza, oltre ogni temperatura equatoriale. Quest’anno le soddisfazioni sono state molteplici. Perché il piccolo ambulatorio è diventata una piccola clinica, con tre infermiere, un contabile, un reparto maternità, una camera mortuaria e un piccolo laboratorio di analisi che è necessario per capire cosa e come intervenire. La struttura è andata così bene che anche il governo l’ha riconosciuta e questo è di conforto per il futuro in quanto in questi anni è stata mantenuta dall’associazione. Cioè, medici infermiere e farmaci sono stati pagati dall’associazione. Il contributo statale è dunque una bella boccata d’ossigeno, oltre che un riconoscimento per l’attività fatta. Alla clinica di Besoro, infatti, affluiscono ormai malati dell’intero comprensorio. Anche il re di Kumawu, cioè del distretto, che sarebbe un po’ come una grande provincia da noi, mentre Besoro è assimilabile a un comune, quest’anno ha voluto essere presente alla festa di ringraziamento che tutti gli anni si fa a Besoro. <Avete fatto un grande lavoro>, ha detto più volte. <Per questo ragione abbiamo deciso di sostenervi nella realizzazione del pozzo dell’acqua potabile>, ha aggiunto il rappresentante del governo locale, intendendo dire che porteranno l’elettricità fino sul posto dove verrà realizzato l’impianto di potabilizzazione dell’acqua.

Insomma, va così.

L’associazione è naturalmente aperta a tutti: a chi ne sa di sanità, a chi è competente nel campo dell’edilizia, dell’energia elettrica, dell’ingegneria civile, a chi voglia capire e vedere come sia possibile sorridere serenamente senza avere nulla. Bellissimo, grandissimo insegnamento. Qui a Besoro non servono progetti faraonici. Servono poche cose, semplici, sicure, essenziali, dignitose. Per il resto si può solo riflettere, forse imparare e capire. Perché certi sorrisi da noi non esistono più.  

 

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     NOVEMBRE 2006   

FESTA DI BENVENUTO

BESORO E I SUOI BIMBI

NUOVA SCUOLA A BESORO

OSPEDALE

ACQUA

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

CHI E' "NANA" ROSINA MAWUSI ?

 

BESORO - ASHANTI (Ghana) - Rosina Mawusi non parla quasi mai, ascolta e pensa molto e i suoi occhi sono sereni  come quelli di una bambina, anche se ha 47 anni. Ma quel giorno di luglio ha tirato un urlo: <Gena, ye besi bus>. In venti metri l'autista del bus che aveva già percorso quattro ore abbondanti di strada dissestata da Accra ha bloccato il mezzo senza battere ciglio, nonostante non ci fosse alcuna fermata. E non che conoscesse Rosina, no proprio. Ha semplicemente obbedito al ruggito di una leonessa. I suoi amici italiani erano rimasti di stucco: non avevano mai visto una Rosina così energica, così sicura, quasi aggressiva. Il fatto è che erano arrivati a Fumesua e lei, che in Italia è timida e schiva, cominciava a sentire l'aria di casa. Un'aria densa, umida, anche rancida, un'aria che aveva dentro i fumi dell'olio di palma, la polvere rossa della strada in terra battuta, il sudore delle piante di eucalipto, le colle e le segature del giovane falegname che piallava ai bordi della strada, vicino alle tinture della parrucchiera che stava lucidando i capelli di una signora.

Tutto lì, in pochi metri, dove serpeggiano anche le fogne a cielo aperto di questo confuso quartiere della periferia di Kumasi a circa duecento chilometri dalla capitale del Ghana, Accra. Kumasi, il cuore dell'antica terra degli ashanti, una città che supera il milione di abitanti, quelli registrati, uno dei più grandi mercati dell'Africa nera che è una distesa di lamiere roventi dove sotto scorre una fiumana di corpi neri e sorridenti, di donne dalle schiene erette con grandi ceste sulla testa e bimbi fasciati sulla schiena.

 Fumesua era un po' la base cittadina di Rosina, l'ultimo avamposto di un certo mondo civile prima di prendere la via di Besoro, il villaggio della foresta dove lei è Nanà, cioè regina. Nanà Rosina Mawusi ha due mariti alle spalle e quattro figli, di cui tre vivono in Italia lavorando e studiando e uno in Sudafrica come pastore pentecostale. Dopo sedici anni d'Italia, gli ultimi sei trascorsi a Schio, nel Vicentino, come colf e badante, il suo popolo continua a riconoscerle il titolo. Proprio così, colf a Schio e regina in Ghana. Una carica acquisita per discendenza e per problemi di salute dalla madre Nanà Akosua Pokua, 74 anni, e prima di lei dalla nonna Nanà Yaa Serwaa, <già finita fra chi sta meglio> come dicono loro che i funerali non li piangono ma, anzi, li festeggiano. Si tratta di una società matriarcale e maschilista al tempo stesso. Da una parte tramanda la reggenza per linea femminile e dall'altra offre all'uomo una schiacciante supremazia sulla donna. Il  marito, per esempio, può mettere alla porta la moglie per un buon motivo che decide lui. La moglie deve andarsene e la famiglia d'origine è costretta a riprenderla in casa con i figli, che qui sono mediamente sei per signora.

Quasi ogni anno Rosina torna al suo villaggio per un paio di mesi, per andare ad aprire al porto di Accra un container che spedisce dall'Italia un mese prima, via mare. Il container è carico di prodotti e merci che lei raccoglie durante l'inverno: vestiti leggeri, quaderni, penne per i bambini della piccola scuola di Besoro, qualche giocattolo, pasta, acqua, materassi, lenzuola, carta anche di giornale che lì serve sempre. Ma questa volta erano due anni che non tornava e la sua gente aveva iniziato a mugugnare. Anzi, il Consiglio degli anziani di Besoro, l'organismo più potente e ascoltato del villaggio, che ha una sorta di funzione di controllo su tutto quel che succede in quel fazzoletto di foresta dove vivono oltre diecimila persone, quest'anno le ha dato un ultimatum: o rientra in pianta stabile entro due anni o perde il titolo. Quando lei non c'è la sostituisce la zia Abena Nkronmah, sorella della madre e in buona salute, una signora molto rigorosa, serena e capace. Ma la gente vuole averne una di regina, non due. Perché a Nanà spettano molti compiti, spesso delicati:
 funge da giudice di pace, decide sulle liti, sulle proprietà, propone progetti, dev'essere sempre a disposizione della sua gente per qualsiasi tipo di consulenza. L'autorità, soprattutto sulla terra, le deriva dal fatto che il suo primo antenato, un guerriero ashanti, fu colui che almeno tre secoli fa conquistò la collina di Besoro facendola propria.

E quindi quest'anno era proprio un anno particolare per Nanà Rosina.  Lo era anche per una serie di avvenimenti che le erano capitati nel corso degli ultimi mesi in Italia e che le hanno cambiato un po' la vita. La signora per la quale lavora aveva scoperto casualmente che lei è una regina. <Non me l'aveva mai detto>, conferma Dinia Frigo. Successe al battesimo dell'ultima sua figlia, Mariarosa. La chiesa di Schio era gremita di ghanesi che venivano da ogni parte del Veneto e indossavano tutti una teen shirt con l'immagine di Rosina stampata sulla pancia. La signora rimase sorpresa, chiese il significato e uno di quei signori glielo spiegò:
lei è una nostra regina. La notizia finì presto su tutti i giornali, suo malgrado perché un po' si vergognava di far sapere al suo popolo che faceva la colf. Di lei si sono interessate anche le televisioni e l'esplosione della storia le ha valso addirittura il premio internazionale per la pace di Agrigento, il Telamone, che l'amministrazione della città siciliana aveva conferito in passato a personaggi del calibro di Madre Teresa di Calcutta e Gorbaciov. Insomma, Rosina era balzata agli onori delle cronache, cosicchè molte persone hanno deciso di aiutarla.
Da Rovereto (Trento) sono arrivati dei letti per ospedale, da Padova un'ambulanza, da Schio molte altre cose. Si sono mossi Comune, parrocchie, Caritas. E così lei quest'anno ha potuto dare forma al sogno della sua vita: costruire una nuova scuola per i 270 bambini di Besoro. Considerando poi che il materiale sanitario raccolto era davvero tanto ha pensato di dare il via dall'Italia ai lavori per realizzare anche una semplice struttura in muratura per un ambulatorio che non c'era, con un medico e l'ambulanza. Un presidio per le emergenze, per salvare qualche vita in più quando i tempi della foresta non consentono di arrivare in orario all'appuntamento con l'ospedale di Kumawu, il più vicino, a una quindicina di chilometri di distanza. La gente qui vive mediamente cinquant'anni, ma è una stima spannometrica degli anziani e, quindi, corretta all'insù.

  <Sono tanto emozionata e tanto preoccupata>, diceva Rosina in macchina mentre saliva verso Besoro attraversando le dolci, umide e verdeggianti colline di Dadease ed Effiduase. Spuntavano all'orizzonte gli wawa, alberi di alto fusto che arrivano a quaranta metri d'altezza e sembrano toccare il cielo. Sotto ci sono banani, avocado, plantain, cioè l'albero della banana verde. E mentre la vegetazione si faceva sempre più folta e le abitazioni sempre più rade, con la strada che diventata via via un serpente nella giungla, il volto di Rosina diventava più luminoso. Ha voluto fermarsi sul ciglio della strada dalla vecchia e solitaria signora delle arance per prendere qualcosa da portare ai suoi, visto che il container era bloccato alla dogana, dove volevano che pagasse quattromila euro che non aveva. <Wo o te sen?>. <Me ho ye, mebo mpae se bibia beye yie>. Come stai? Sto bene, spero vada tutto bene. Cominciava a parlare con gusto il twi, la lingua degli ashanti. Ha preso un'arancia e ha affondato un morso da vera leonessa, staccando una parte della buccia per poi succhiare la polpa spremendola con una mano: <Lo facevo sempre da piccola>.  Erano finalmente arrivati sull'ultima collina, quella di Sukuumu, la propaggine meridionale del villaggio di Besoro, dove si scorge fra le fronde di uno shade tree, un albero con grandi radici e ampio cappello verde, la vecchia scuola e dove, lì vicino, dovevano essere iniziati i lavori di quella nuova e dell'ambulatorio. Rosina ha fatto un cenno a Duia, suo cugino che le faceva da autista con un taxi sgangherato e la faccia sempre stanca. Poi ha tirato un sospiro, è scesa e come ha fatto due passi dalla scuola si è mossa una nuvola arancione. Erano i bambini, cinquanta, cento, duecento. Un piccolo e gioioso esercito di faccette nere, denti bianchissimi e divise arancione e marrone, che stava correndo nella sua direzione prendendola letteralmente d'assalto, ma senza mai toccarla. Le braccia alzate, la festa. Erano 270, ha spiegato Madam Angelina Obiri-Yeboah, una maestra amica di Rosina. Erano i suoi piccoli, per i quali Rosina ha creato con Giorgio, Franco e Berta un'associazione senza fini di lucro che ha voluto chiamare <I Bambini di Besoro-Ashanti>. Il tam tam della foresta aveva dato la notizia del suo arrivo. Stavano calando le prime ombre della sera e per affrontare la prova più dura, l'incontro con gli anziani, doveva rinviare tutto all'indomani.

Alle otto del mattino suonarono i tumpan, i tamburi del Consiglio, e alle nove in punto tutto il paese era raccolto intorno agli anziani, all'aperto, sotto un sole che faceva sudare anche le pelli scure. Dovevano dare il benvenuto a Rosina, l'akwaaba, e ai suoi ospiti, e dovevano dirle qual'era il sentimento del popolo. Prese la parola il capo Kuame Kusi, il più vecchio, mentre altri tre anziani erano in piedi, avvolti nei loro abiti da cerimonia in tessuto kente, e ritmavano il loro assenso alle parole del grande vecchio che stava ringraziando gli antenati cospargendo il terreno di jin, retaggio del colonialismo inglese finito cinquant'anni fa (il Ghana fu il primo paese dell'Africa nera a ottenere l'indipendenza: 1957). C'era uno scrivano, il signor Opoku Weredu, un paio di occhiali spessi come bottiglie e larghi come monitor; c'era il rappresentante del governo di Accra, il signor Obeng Antwi; c'era l'emissario del re superiore di Kumawu, Nanà Asomadu Sekye II, c'erano i signori dei quattro quartieri di Besoro.

Prese la parola Rosina per scusarsi del ritardo e per ringraziare tutti.

Era forte, energica, vibrava. Ma una cosa non disse ed era una cosa che nessuno ancora sapeva lì: che in Italia era diventata un po' personaggio e che aveva vinto il premio internazionale della pace. Non l'aveva detto, non aveva portato il premio, non aveva con sè neppure gli articoli di giornale, né le cassette che la riprendevano nelle varie trasmissioni televisive. Non aveva detto niente. Perché? <Perché questo no è bello>. Giorgio, Franco e Berta chiesero alla fine ad Agata, la sua governante che la seguiva come un'ombra, se almeno lei sapeva qualcosa di cos'era successo a Rosina in Italia. <No, I don't know nothing>.  Non aveva detto nulla a nessuno.

Arrivavano dalla giungla i bambini con i secchi d'acqua e la legna in testa. <Vanno a prenderla giù alla pozza del Ninae, tutte le mattine e tutte le sere, prima di andare a scuola>. Pozza, non pozzo. Il paese non ha acqua potabile e non ha nemmeno un pozzo, perché la falda è troppo bassa e profonda. E così bevono l'acqua dell'ansa di un torrente, il Ninae, dove spesso anche si lavano, a circa mezzo chilometro di distanza, in fondo alla valle.

Camminavano in fila indiana e a destra e sinistra c'erano capanne e chiese:

quella pentecostale, quella metodista, quella romana. In trecento metri c'erano quattro chiese diverse. E ci sono anche i musulmani e gli spiritualisti. Ma loro erano tutti insieme, come se non ci fossero barriere religiose, né ideologiche. E a loro poco interessava e poco sapevano di quel che succedeva ad Accra, del governo centrale di John Kofour che secondo i <cittadini> avrebbe ridato slancio e sicurezza al Ghana. Poco sapevano delle vicissitudiini del mondo. La loro vita è scandita dai tempi della natura e dall'unico, autentico bisogno: procurarsi da mangiare. I bambini prendevano l'acqua, le donne raccoglievano la frutta, gli uomini andavano a caccia. Così vivono a Besoro. I bambini sorridono anche se hanno dieci chili sulla testa, anche se il loro unico giocattolo è un legno lungo che spinge una rotella. E lo stesso succede agli adulti che si fermano a salutare tenendo in equilibrio decine di chili di legna e qualche animale, dando la precedenza agli altri sulla fatica e sul sudore. Come fanno ad essere così?

<Quando soffrono, piangono dentro, muoiono dentro> Il volto rimane sereno>, spiega Thomas Ampati, un giovane che ha vissuto qualche anno in Occidente.

Il loro volto rimane sereno <perché i propri drammi non devono toccare gli altri>. Anche quando piangono le lacrime scorrono come se piovesse, come se sgorgassero dal nulla.

   Il giorno dopo iniziò la processione delle persone che andavano a chiedere consigli o sentenze sui loro problemi. Due signori si confrontavano su problemi di confine, un altro tremava e diceva di avere la malaria. Rosina gli ha dato un'aspirina, che va sempre bene. Poi si è messa le mani sui capelli, ha sospirato e sorriso.

Quando i bambini di Besoro si avvicinavano troppo alla sua casa, che non è una reggia ma qualche stanza in muratura, dove potevano disturbare le conversazioni degli adulti, alzava una mano e diceva: <Ko!>. E i bambini sparivano. Se aveva bisogno di qualcuno che portasse qualcosa alzava un altro braccio, urlava <bra!> e arrivavano in dieci, disponibilissimi, felici, vestiti come il monello di Charlie Chaplin. <E' un altro mondo>, disse lei. Voleva dire che qui comandano gli adulti e i bambini li rispettano nella stessa misura in cui gli adulti rispettano la memoria degli antenati, mentre in Occidente il rapporto si è quasi invertito.

Finchè un giorno i tamburi suonarono in modo strano. Rosina lo capì e si precipitò dal Consiglio degli anziani.

<Sarai processata>, le dissero. <Il re maggiore di Kumawu vuole verificare la questione dell'ambulanza. Domani sarai da lui>. Rosina strinse le labbra: <Finirò in prigione>. In sintesi, era successo questo: l'ambulanza era stata inizialmente destinata all'ospedale di Kumawu e questo l'aveva deciso Rosina quando non aveva ancora pensato che, con tutto quel materiale sanitario, avrebbe potuto portarla al suo villaggio, dove sarebbe nato un ambulatorio. Il re maggiore pensò a una truffa e l'aveva messa sotto esame.

Per quel tipo di reato è prevista la prigione e con la prigione la perdita del titolo. Un disastro. Iniziò dunque il processo a Rosina Mawusi. Nella grande casa del re maggiore c'erano settanta dignitari di tutto il comprensorio ad ascoltare e giudicare.

Andarono anche gli italiani amici di Rosina, Franco e Berta. Parlò Franco:

<Voi qui non sapete nulla e allora ve lo spiego io chi è Rosina, anche se lei non avrebbe mai voluto: questa donna in Italia fa le pulizie e tutto quello che ha e ha avuto lo sta dando a voi  e dovete sapere che ha pure vinto un premio per la pace ?>. Restarono a bocca aperta e, alla fine, applaudirono. Naturalmente l'assolsero. Il processo finì alle sei di sera.

Besoro era rimasta con il fiato sospeso ad aspettare la sua regina.

Caricarono Rosina nell'ambulanza che entrò in paese a sirene spiegate e il suo popolo era in festa.

Il giorno dopo, all''ora di pranzo, era arrivato anche Andrews, il fratello, alto e forte. Aveva lavorato instancabilmente dalla sera prima per cercare di sistemare il container. Non aveva mangiato nulla e si è seduto silenziosamente in un angolino, come per non disturbare noi italiani che stavamo mangiando il fufù e non c'eravamo accorti della sua presenza. Con la bocca piena gli abbiamo chiesto se voleva un po' di riso fritto. E lui, sorridendo, sussurrò qualcosa di leggero e di grande: <Medasse>. Rosina tradusse: <Ha detto grazie>.


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